“Non lo
sopporto”, “Non ce la faccio più”, “Che fatica”... vi è mai capitato di pensare
o pronunciare queste frasi riferendovi a vostro figlio? A me sì e, insieme a
me, a tante altre mamme!
Quando il mio
bimbo era piccolo mi sentivo in colpa, estremamente in colpa per questi
pensieri o emozioni, forti e dirompenti. Ora ho compreso, dopo anni di gavetta
genitoriale, che l'emergere di vissuti e pensieri di ostilità e rifiuto nei
momenti di maggiore stanchezza e sfinimento è la cosa più naturale del mondo e
che sarebbe altrettanto naturale se questo fatto potesse essere accettato,
capito e condiviso con chi ci sta intorno.
La relazione
genitori-figli è costellata dalla presenza simultanea di emozioni opposte e
spesso destabilizzanti e accanto all'amore, alla stima e all'adorazione per il
proprio bambino possono trovare spazio anche sentimenti quali l'insofferenza,
la non sopportazione, il rifiuto.
Non è facile
trovarsi in mezzo a emozioni così diverse tra loro e, sopratutto, non è facile
permettersi di riconoscere e legittimare
anche i momenti di rifiuto che l'esperienza di diventare genitori porta
inevitabilmente con sé.
Di fatto è
proprio l'integrazione tra sentimenti diversi e a volte opposti a rendere la
relazione genitori-figli così piena di esperienza e così carica di affettività
da essere, come ben ci ricorda Bowlby, la relazione più ricca tra esseri umani.
Proprio per
questa ricchezza unica è utile non censurare e riconoscere pienamente il diritto
anche alle emozioni “spiacevoli”. Sono le due facce della stessa medaglia, non
ci può essere l'una senza l'altra!
“Esserne consapevoli non solo razionalmente,
ma anche emotivamente […] fa parte della fatica e dell'esperienza del diventare
grandi e del fare gli adulti”.
Peccato che
però dire e condividere questa ambivalenza, soprattutto quando stiamo
costruendo la nostra identità di mamme, appaia spesso a noi stesse e agli altri
cosa “brutta”, “che non si fa”, quasi a voler negare l'esistenza di sentimenti
ed emozioni che però ci sono e hanno il diritto di avere un loro
riconoscimento.
Eccoci quindi
ad un piccolo vademecum emotivo:
1. Le emozioni
non si possono mettere in discussione: non ce ne sono di buone e di cattive, di
giuste e
di sbagliate, di vere o di false, sebbene alcune siano di fatto più piacevoli di altre. Ci sono, punto e
basta. Non sminuitele o giudicatele.
di sbagliate, di vere o di false, sebbene alcune siano di fatto più piacevoli di altre. Ci sono, punto e
basta. Non sminuitele o giudicatele.
2. Imparate a
dare loro un nome e un significato preciso: c'è una grande differenza tra
“rabbia” e
“fastidio”, tra “apprensione” e “paura”, tra “serenità”, “gioia” e “estasi”. Dove sentite l'emozione?
Come si manifesta? Ascoltate anche il vostro corpo, che può essere un valido alleato. Essere
consapevoli delle proprie emozioni agevola il cammino verso l'autostima, l'autocomprensione e verso
le relazioni con gli altri.
“fastidio”, tra “apprensione” e “paura”, tra “serenità”, “gioia” e “estasi”. Dove sentite l'emozione?
Come si manifesta? Ascoltate anche il vostro corpo, che può essere un valido alleato. Essere
consapevoli delle proprie emozioni agevola il cammino verso l'autostima, l'autocomprensione e verso
le relazioni con gli altri.
3. Le emozioni
che vengono negate o evitate, stressano, conducono all'isolamento e al
risentimento.
Fare lo struzzo e nascondere la testa sottoterra non serve. Se vengono riconosciute e condivise,
libere da disappunto, critica o biasimo, facilitano la comunicazione e ci fanno sentire meglio.
Fare lo struzzo e nascondere la testa sottoterra non serve. Se vengono riconosciute e condivise,
libere da disappunto, critica o biasimo, facilitano la comunicazione e ci fanno sentire meglio.
4. Le emozioni
che vengono sminuite, giudicate o tenute in poco conto dagli altri creano
risentimento,
frustrazione e rabbia. Evitate le persone che non riconoscono i vostri sentimenti.
frustrazione e rabbia. Evitate le persone che non riconoscono i vostri sentimenti.
5. Le
emozioni, se espresse o accettate, si ridimensionano, trovano la loro
collocazione e il loro
significato. Sono utili strumenti per indicarci a che punto siamo, su cosa lavorare, che strada seguire.
significato. Sono utili strumenti per indicarci a che punto siamo, su cosa lavorare, che strada seguire.
6. Se le
emozioni “spiacevoli” dovessero diventare persistenti, permeare la vostra
esistenza e oscurare
quelle “piacevoli”, fate il punto della situazione e valutate l'opzione di rivolgervi ad una figura
professionalmente preparata a supportarvi e accogliervi!
quelle “piacevoli”, fate il punto della situazione e valutate l'opzione di rivolgervi ad una figura
professionalmente preparata a supportarvi e accogliervi!
Bibliografia
Marcoli A.,
“La rabbia delle mamme”
Heinowitz J.,
“Il papà incinto”
Immagine presa qui













