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Guest Post: la culla sospesa

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Preparandoci per l’arrivo del nostro primo bambino le scelte da effettuare, ancor prima di diventare “genitori in carica”, erano molte e i dubbi e le insicurezze addirittura non si contavano.
Una delle soluzioni da studiare era quella relativa a dove mettere a nanna il nuovo arrivato.
La possibilità di un tradizionale lettino nella stanza del bimbo non ci attirava un granché perché sentivamo la forte necessità di averlo più vicino, sia per agevolare l’allattamento notturno, sia perché, dai, era davvero troppo piccolo per starsene in una lettino da solo, lontano da noi.
D’altro canto per varie ragioni il co-sleeping non sembrava l’ideale per la nostra famiglia, composta, oltre che da noi, da un peloso di 25 kili che spesso, ignorando la ferrea educazione ricevuta, saltava allegramente sul letto nel cuore della notte.
La soluzione ideale alla fine ci si presentò: aveva un aspetto retrò e accogliente, vestiva biologico, aveva l’inaspettata capacità di dondolare avanti e indietro con inerzia tenendosi appesa al soffitto, e un indefinibile retrogusto da genitori freak, come in effetti sembrava fossimo destinati a diventare (e come siamo diventati..): la culla sospesa ci conquistò immediatamente e divenne la nostra scelta obbligata per diverse ragioni. Vediamone alcune.

Alla nascita i neonati passano da un mondo liquido, dove sono abituati a dondolare al ritmo dei movimenti della madre, al misterioso e ancora sconosciuto pianeta Terra, dominato dalla forza di gravità e privo del rassicurante e continuo ondeggiare del ventre materno. La differenza è totale, e addormentarsi in un lettino immobile è all’inizio una stranezza incomprensibile. La culla sospesa, priva di altri sostegni oltre a quello al soffitto, si muove dolcemente e senza scatti, favorendo il sonno del bimbo. Questa ragione, da sola, ci avrebbe convinto: qualunque cosa in grado di favorire il sonno di un piccolo essere sconosciuto di cui si sono perse le istruzioni d’uso alla nascita, sarebbe stata da noi la benvenuta. In realtà, come scoprimmo indagando più a fondo, il movimento dato dalla sospensione aveva ulteriori qualità che lo rendevano migliore, rispetto, ad esempio, a quello di una culla.
Uno dei riflessi primari neonatali si chiama riflesso di Moro e si verifica quando il bimbo reagisce con un soprassalto e allargando le braccia, a rumori o movimenti bruschi e improvvisi. La sensazione è quella che proviamo anche noi adulti quando, appena prima di addormentarci, ci sentiamo cadere e sobbalziamo spaventati nel letto. Il riflesso di Moro è amplificato dai movimenti laterali, come l’ondeggiare della culla, mentre è ridotto da quelli orizzontali, che, per intenderci, seguono la linea del corpo del bimbo, estremamente rilassanti per il neonato e facilmente riproducibili dalla culla sospesa.
E “facilità” è un altro dei pregi di questa soluzione: abbiamo attaccato la culla al soffitto, facendola pendere a lato del letto, dalla mia parte, in modo che mi fosse possibile sia allattare Puki senza alzarmi dal letto, ma semplicemente mettendomi seduta o portandolo al mio fianco, sia cullarlo, quando si risvegliava, facendo oscillare lievemente, da sdraiata, la culla con un dito. La bella scoperta è stata vedere, in seguito, quest’ultima operazione svolta dal bimbo stesso che, crescendo e iniziando a muoversi nel sonno,  dava piccole spinte a cui corrispondeva un immediato e lento dondolio. In pratica Puki si auto-cullava... comodo! (Anche il peloso di cui sopra era in grado di sortire lo stesso effetto con vigorose sferzate di coda che in più di un caso hanno salvato un risveglio arrabbiato nel cuore della notte... abbiamo iniziato da allora a dare un nuovo significato al termine “dog-sitter”!).
Un mesetto prima della nascita di Puki il dado era tratto, la decisione presa e l’entusiasmo per la scelta compiuta era alle stelle. Tutto ciò che ancora occorreva era passare dalla teoria alla pratica, acquistare la culla e prepararla per accogliere il nanetto.
E qui iniziarono le difficoltà e scovammo il difetto che fino a quel momento era rimasto nascosto dietro a cotanta perfezione. Trovare, in Italia, alcuni degli articoli che avevamo scelto per nostro figlio, i pannoli in mais, il vello di agnello, il Mei-Tai, era stato al confronto una passeggiata: la culla sospesa sembrava una vera e propria impresa.
Ma la testardaggine è uno dei miei peggiori difetti e il tempo libero per vagare indisturbata in rete uno dei ricordi più belli della gravidanza, e fu così che alla fine vi riuscii: la trovai on-line e fermai la carta di credito solo per il desiderio di vederla dal vivo e valutare con calma la sua robustezza e la sua praticità. La mia pazienza fu ripagata perché alla fine la incontrammo di persona... Ricordo il pomeriggio in cui, girando annoiati per un megastore di prodotti per l’infanzia, all’improvviso la vedemmo: era bellissima, altezzosamente distante dagli altri prodotti plasticosi, ci ammiccò con fare complice, si prestò al nostro esame e ci conquistò definitivamente. Colsi però lo sguardo di mio marito attardarsi, con un certo cinismo, sul cartellino del prezzo. Uno sguardo al costo dell’operazione gli fu sufficiente per uscirsene con un sincero e immediato “MA-PORCA-Z...” .
In effetti, considerando che i mesi di utilizzo della culla sono abbastanza limitati, inversamente proporzionali alla velocità di crescita del bimbo, il prezzo sembrava elevato. Ma i materiali biologici, la cura nella realizzazione, e l’idea stessa me lo faceva, e fa tutt’ora, comprendere e accettare meglio. Non fu così per mio marito, il quale, rispolverando la tessera fedeltà del Brico più vicino e un forte senso di sicurezza per le proprie capacità, decretò che avrebbe costruito la culla lui-stesso-medesimo!
Il risultato? Fu perfetto...

(Il procedimento per arrivare al risultato perfetto fu invece alquanto più complicato, ma questa è un’altra storia, che abbiamo raccontato attraverso le parole dell'Homo Bricologicus in persona qui...)

Giada
Quando Fuori Piove
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Abdelghafour

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