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Onoriamo le madri

3 commenti
La nostra è una cultura che ancora non arriva ad onorare la neo-mamma come le spetterebbe di diritto. Le sue fragilità sono etichettate come sindromi o patologie, e quindi come qualcosa da evitare o da scacciare al più presto. Maternity Blues, Baby Blues, Depressione Post-Partum, e la più recente Sindrome Post-Traumatica da Stress dopo il parto sono solo alcune delle categorie con le quali descrivere l’intenso universo emozionale che si crea attorno alla neomamma. Non trovo in queste diagnosi volontà di aiutare, di sostenere, di condividere ma solo di catalogare, monitorare, spiegare con il linguaggio della scienza qualcosa che le sfugge per definizione : l’animo umano.
Personalmente vedo nella fragilità della neomamma il frutto di un profondo cambiamento in atto, la “sudata” base sulla quale erigere il futuro coraggio. Coraggio da mamma, da mamma leonessa, pronta ad uccidere per i suoi piccoli.
Abbiamo bisogno che la scienza ci dica che nel dopo-parto è giusto che la mamma si riposi e che non pensi ad altro se non ad accudire il suo piccolo (vedi post “Ci volevano i topini?!?").
Credo che la neomamma vada onorata e celebrata in tutte le sue dolci e amare sfumature, e per farlo l’ambiente medico deve spogliarsi delle proprie onnipotenze, di quello stile direttivo e diagnostico, di quell’allarmismo tipico di chi non vede altro che rischi e malattie da debellare, e sulle quali esercitare potere.
Ogni donna deve poter essere accompagnata nel suo diventare mamma in tutta tranquillità, senza frette, senza pressioni, rispettando i tempi della Natura. Deve potersi sentire di nuovo al centro delle attenzioni, amata ed accudita dalla società, dal proprio gruppo di appartenenza, dal proprio marito. Deve avere la possibilità di sentirsi accettata in tutte le sue declinazioni affettive.
Mi piacerebbe salutarvi con questo bel pensiero di  Chrissy Butler, scrittrice, pittrice, mamma e doula.

 “Amo tutto ciò che la maternità porta : fragilità, coraggio, forza, compassione, ispirazione.. è veramente un dono meraviglioso, una danza divina.”

Psicologa Cecilia

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Abdelghafour

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3 commenti

  1. Sono d'accordo che le donne vadano onorate nel loro divenire madri e che sia necessario riconoscerne le fragilità. E che vadano sostenute e accompagnate in questo percorso, cosa che spesso, sia in famiglia, sia a livello medico, non avviene. A volte però è necessario l'uso di etichette e classificazioni perchè servono e aiutano a comprendere e a far comprendere meglio quanto sta succedendo. Non sono dannose le etichette in se stesse, ma l'uso che ne fa chi le utilizza. Ci deve sempre essere la consapevolezza che dietro quelo nome ci sia l'animo umano, non generico, ma di quella donna che ci sta di fronte.

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  2. Siamo sicure che le etichette servono e aiutano a comprendere meglio????
    Personalmente vedo come maggiori i danni piuttosto che i benefici..

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  3. anch'io d'accordo con Cecilia e con l'articolo, le etichette tolgono la possibilità di accogliere e comprendere le tante sfumature di emozioni che coinvolgono una neo mamma e che non necessariamente sono da ricondurre all'etichetta "depressione". Pare che tutto debba essere patologizzato, anche la fragilità insita in un'esperienza così dirompente come la maternità. certo esistono situazioni in cui le emozioni diventano faticosissime da affrontare e si ha bisogno di un aiuto competente, ma prima di tutto c'è bisogno di "luoghi" in cui le proprie difficoltà vengano accolte con rispetto e senza giudizio, perchè comuni a molte, moltissime mamme

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