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Da figlia a mamma

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Sulla scia della mia ultima recensione pubblicata, vorrei trattare l’argomento del passaggio dall’essere figlia all’essere madre, e gli inevitabili interrogativi che ci si dovrebbe trovare ad affrontare.
Dico “ci si dovrebbe” perché non sempre questo avviene.
E cosa succede allora?
Rapporti familiari fondati su ruoli assolutamente inadeguati per i componenti o stili disadattavi educativi si perpetuano da una generazione all’altra. Quando non vengono rifiutati a scatola chiusa, dando origine a problemi magari opposti, ma altrettanto gravi.
Ogni momento della vita che porta con sé un passaggio necessiterebbe di una preparazione.
Un matrimonio è anticipato (più o meno brevemente) da un fidanzamento, una laurea da un percorso di studi, una nascita da una gravidanza.
Nove lunghi mesi che la natura regala alla donna non solo per far accrescere il proprio cucciolo in forze per vedere la luce, ma anche per pensare, valutare e, perché no, mettere in discussione la propria esperienza.
Ogni madre porta dentro di sé una storia.
La sua storia d’amore col compagno; la sua storia come sorella, amica, compagna di scuola, ma soprattutto, la sua infanzia.
La bambina che è stata e la madre che ha avuto condizioneranno in modo indelebile la sua maternità: lo confermano persino gli studi di psicologia.
Se non c’è una presa di coscienza seria e serena di quanto sia andato bene, o male, sono due gli errori in cui si può incappare: ripetere rigidamente l’esperienza subita o, se proprio non è andata a genio, rinnegarla tout court.
E sarebbe un errore comunque in ogni caso: non si può portare pari pari ai figli il modello che si è vissuto.
Perché i figli, per quanto ci somiglino, sono altro da noi. Nascono in un’altra epoca, hanno un altro carattere, genitori differenti che fanno lavori che trent’anni fa non esistevano, vivono in posti diversi. Hanno il telefonino, l’iPod, comunicano via consolle, fanno merenda nei fast food.
Non possono e non devono subire un modello “preso a noleggio” dalla nonna: seppure abbia avuto tante cose buone, sarà cura della mamma aprirne il cestone e valutarle una per una, sceglierle, tenerne alcune, gettarne altre.
E’ un gesto coraggioso, quello che chiedo, lo so.
Ma necessario.
Perché buttare via il cestone senza nemmeno guardarci dentro è un rischio enorme: si correrebbe il pericolo di distruggere per sempre qualche rara pietra preziosa, in un momento in cui non ci si rende conto di quanto si possa essere poveri.
E magari quella pietra, col suo patrimonio immenso, avrebbe potuto salvare la famiglia da tanti problemi.

Aprire il baule è faticoso. Mette in gioco, si rischia di trovare pezzi di vetro conficcati nell’anima che fanno sanguinare ancora, dopo tanti anni. Rimasti solo chiusi tra le polvere, ma non annientati, perché mai c’è stato il coraggio di dire “Mi fai male ma ti affronto, e ti getto via una volta per tutte. E se anche sarà dolorosissimo, resterà la cicatrice che col tempo schiarirà”.

Ma i figli meritano questo sforzo. Ve ne saranno immensamente grati.

Perché almeno ogni mamma sarà sé stessa, coi propri difetti, stanchezze, insicurezze: saranno almeno suoi, e non quelli della sua storia.
A volte le storie vanno storte, ma le persone si possono rivedere con occhi diversi.
Guardare con una prospettiva diversa quel baule  ci può far scoprire che contiene cose inaspettate.
Vicende che con occhi giovani non si potevano comprendere, privazioni che la saggezza dell’età soltanto può farci accettare.
Aprire il baule serve anche a questo.
A fare pace con quello che è stato, e con chi è stato, pensando che forse in quel momento ha fatto il massimo di quanto potesse. Anche se sbagliava.
E quando si sbaglia per amore, se ne può parlare, magari gridare, chiedere perché. Far fluire il fiume di tanto dolore. E rompere le dighe di rancori, obblighi, imposizioni, se lo si vuole.
Amandosi per quello che si è realmente.

Solo così avremo figli più sereni.
Non vedremo più bambini che portano il peso dell’insicurezza della mamma, facendosi carico delle altrui aspettative, eccellendo per forza nei campi dove lei non è riuscita.
O ancora, risparmieremo loro di crescere senza regole perché “I miei con me erano tanto severi”; basta scegliere la propria modalità di impostarle, ed ecco che tutto cambia.

Lo so, è difficile.
A volte potrebbe essere necessario farsi affiancare da un professionista, tanto sembra chiuso questo benedetto baule.
Ma niente paura. Per chi lo vuole, nella propria anima ci sono le chiavi, i guanti, un bidone dell’immondizia per gettare ciò che non serve più e  un nuovo cestone pulito per conservare ciò che lo merita.
Una mano, se vi serve, non annullerà certo il vostro merito.

Buon lavoro, allora.

Assistente alla Maternità - Psicologa
Dott.ssa Barbara Capponi


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Abdelghafour

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