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Pubblicità e Nag Factor

3 commenti
Non è certo una novità: una buona percentuale della pubblicità, su televisione, radio, carta stampata o internet, è rivolta a minori e bambini e i motivi per cui gli esperti di marketing fanno questo tipo di scelta sono piuttosto semplici: Pur non avendo budget, i bambini influenzano fortemente le scelte di spesa dei genitori e sono, dunque: immediati consumatori di prodotti; mediatori di consumi con gli adulti di riferimento; futuri consumatori (da educare alla cultura da spot e fidelizzare).

È sufficiente fare una piccola riflessione sulle pubblicità di cibo per capire quanti e quali interessi ruotino dietro ad ogni pubblicità: una buona parte degli spot alimentari è rivolto direttamente ed esplicitamente a bambini, o li ha come protagonisti; ricerche confermano che il gusto si forma sin dalla primissima infanzia per cui bambini assuefatti all’aroma fragola troveranno da grandi “strano” il sapore reale della fragola, allo stesso modo, bambini abituati al gusto saporito di ketchup o patatine le cercheranno più spesso da adulti. E non basteranno forse le ricette della nostra Anna se non siamo preparate a reagire nella maniera più adeguata all’assillo, la goccia, il Nag Factor, come viene definito tecnicamente.

Conosciamo bene il nag (brontolio, tormento) factor: è quell’insieme di azioni assillanti che i figli mettono in atto durante l’infanzia e la prima adolescenza per convincere i genitori ad acquistare uno specifico bene di consumo, che può variare dal famoso ovetto di cioccolato alle ancora più famose bambole o consolle di giochi e che il bambino non ha visto e scelto in autonomia nella vetrina di un negozio, ma più tipicamente ha imparato a desiderare attraverso l’esempio (e la spinta) del gruppo di pari e, soprattutto, della pubblicità. Il tormento può essere “persistente”, basato sulla ripetizione continua, assillante e a voce sempre più alta, tipico dei bambini più piccoli, o “di importanza” (importance nagging), basato su argomentazioni spesso legate all’importanza di possedere proprio quel bene o al valore morale del genitore (sei cattivo! Non mi vuoi bene! Per colpa tua sarò l’unico/a a non averlo…), tipico di bambini più grandicelli e di adolescenti (Olivero e Russo, 2008).

Secondo Anna Oliverio Ferraris “una campagna pubblicitaria ben congegnata può mettere in crisi il rapporto genitore bambino”. (Oliverio, 2005) Sentirsi dire “tu non mi vuoi bene” o “per colpa tua…” può mettere a dura prova la fermezza di un genitore e se la richiesta del bambino è in contrasto con la volontà ed i valori dei genitori il lavoro da fare sarà duplice: da un lato i genitori dovranno lavorare su se stessi, individualmente e come coppia, per mantenere la loro posizione (o valutare, eventualmente le motivazioni di un cambiamento della regola) per mantenere e rafforzare la fiducia nel proprio ruolo e nelle proprie capacità genitoriali; dall’altro dovranno lavorare insieme ai figli per convincerli del loro punto di vista, argomentando le loro motivazioni, supportando i figli ribadendo l’amore per loro e aiutandoli a gestire il confronto con il gruppo dei pari. Risposte tipo “No, perché no!” o “No, perché è così e basta” non saranno di grande aiuto al rapporto tra genitori e figli, soprattutto con i bambini più grandi che sono in grado di argomentare e gestire il rapporto con i genitori in maniera più elaborata rispetto ai bimbi più piccoli.
Il rischio è che la stanchezza, i sensi di colpa, la paura che il proprio figlio possa sentirsi diverso dal gruppo dei pari, ma anche la paura del giudizio di conoscenti, insegnanti o altri genitori, portino il genitore a cedere, senza che il cambiamento di opinione sia giustificato e che questo comportamento mini l’autorevolezza e la sicurezza dei genitori (per non parlare di quello che può succedere quando i genitori si comportano in maniera ambivalente e opposta, mandando ai figli il messaggio che “se mamma non vuole, posso chiedere a papà”, o viceversa).
È importante favorire lo sviluppo di un ambiente familiare in cui i bambini possano sperimentare degli spazi di confronto, riflessione e ragionamento autonomi, ma anche di ascolto dei propri bisogni emotivi e fisici e non crescano guidati da stimoli condizionanti in grado di modellare ed eteroindirizzare totalmente esigenze, bisogni e comportamenti.

Quante di voi si sono fatte un’idea abbastanza precisa rispetto, ad esempio, a cioccolata, caramelle, viedogiochi, cellulari, ancora prima che i figli nascessero?
E quante si sono già accorte di quanto è difficile mantenere la linea predefinita nel momento in cui i figli iniziano a farsi spazio nel mondo ed entrano in contatti con gruppi significativi altri rispetto alla famiglia?
Ci stiamo avvicinando al Natale, forse per noi è ancora presto, ma molti bimbi già ci pensano e già stanno preparando la famosa letterina. Siamo pronte per delle scelte consapevoli? O ci faremo annientare dal nag factor?




Valeria


Bibliografia
Manuale di Psicologia dei Consumi - individuo, società, comunicazione. (2008) N. Olivero e V. Russo - Mc Graw – Hill
I bambini e la pubblicità, influenza e… assilli di L. Oliverio (2005) su Comunitàzione.it
http://www.comunitazione.it/leggi.asp?id_art=1645&id_area=143&sarea=197

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Abdelghafour

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3 commenti

  1. Io più che con la pubblicità (che per fortuna in casa nostra non attecchisce più di tanto) mi devo confrontare con l'esempio e la spinta del gruppo dei pari. Ed è proprio vero quello che scrivi Valeria: mette a dura prova le scelte educative. Di fronte alla domanda "perché tutti ce l'hanno e io no?" rimanere ferma su una decisione presa è difficile, sfiancante, faticoso.

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  2. tornerà alla carica col nintendo ds. E anche quest'anno babbo natale dirà no e sarà durissima

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  3. Ovviamente la pubblicità è solo uno strumento e i "markettari" lo sanno bene e lo usano per fare leva sul reale fattore d'influenza, il gruppo di pari. Per bambini e adolescenti e difficilissimo districarsi tra gruppo familiare e gruppo di pari, valori di apprtenenza e nuovo valori, a volte distanti, ma affascinanti. Il ruolo dei genitori, in questo caso, è quello di supportare i figli nella ricerca di un'autonomia critica rispetto alle cose del mondo, senza demonizzare eccessivamente il gruppo (e i prodotti di cui si fa portatore), spiegando le ragioni alla base delle decisioni e senza nascondere la testa. Il mondo al di fuori della bolla famiglia esiste, eccome!, e la strada migliore per affrontarlo è una buona consapevolezza di quello di cui è fatto e di quello di cui sono fatte le nostre emozioni.

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