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Comunicare con i bambini che non parlano ancora

2 commenti
Quando si parla di comunicazione genitori figli, si pensa sempre che ci si riferisca a bambini già grandi o almeno  in grado di dire qualche parola.
In realtà un bambino che non sa ancora parlare ha comunque bisogni ed emozioni che comunica continuamente a noi mamme e papà.

Ovviamente il bambino comunicherà in modo non verbale, con un sorriso, piangendo, spostando la testa, contraendo le gambine... Ogni genitore sa che un modo potente di comunicare i propri bisogni è il pianto

 La risposta di un genitore a queste forme di comunicazione del proprio piccolo, non sarà esclusivamente una risposta verbale: “Oh povero, vedo che hai tanto freddo!” “Mi pare di capire che hai fame!” “Forse devi essere cambiato!”, ma sarà soprattutto una risposta non-verbale: la mamma allatta il suo bambino se pensa che abbia fame, lo copre se pensa che abbia freddo, lo coccola se le sembra di intuire che abbia bisogno di contatto fisico.

I genitori “decodificano” il messaggio del loro piccolo e inviano un segnale di ritorno, esclusivamente non verbale o magari accompagnato da una espressione verbale: se la decodifica è stata accurata il bambino smette di piangere, si calma, si addormenta, sorride.
Se questo non succede, i genitori attenti ai segnali del piccolo, provano con un’altra soluzione finché non avvertono che il bisogno che sta esprimendo il proprio bambino è stato soddisfatto.
La mamma e il papà ascoltano accuratamente il bambino e non hanno fretta di agire in prima istanza: sentono ciò che il bambino sta cercando di dire e verificano se la soluzione che hanno trovato è accurata.

Ogni volta che il genitore risponde in modo adeguato ad un bisogno che il bambino esprime, questi impara come manifestare i suoi bisogni: “se ho fame, devo piangere perché la mamma mi dia da mangiare” e più avanti “se ho fame, devo dire ‘pappa’”.
Inoltre risposte attente e adeguate aiutano il bambino a crescere sicuro e a sentirsi importante, lo fanno sentire felice e soddisfatto. Quando sarà più grande sarà maggiormente capace di sentire i suoi bisogni, esprimerli e prendersi cura di sé e di conseguenza degli altri.

Questa comunicazione implica che il genitore si conceda il tempo di conoscere quel bambino: si tratta di un processo di conoscenza reciproca che cresce giorno dopo giorno e mette in profonda comunicazione i genitori col loro bambino. E’ una magnifica avventura che non può essere sostituita dall’aver letto mille manuali, conoscere tutti i metodi educativi possibili e nemmeno dall’aver avuto altri figli, perché ogni bambino è diverso e può esprimere bisogni diversi.

Un bambino molto piccolo ha una dipendenza forte dagli adulti per poter soddisfare le proprie esigenze, ma man mano che cresce è importante che i genitori imparino a fidarsi della capacità del proprio figlio di rispondere ai propri piccoli bisogni autonomamente e gli diano il giusto spazio, perché possa sperimentare di essere competente.
Pensiamo a un bambino di pochi mesi che cerca di afferrare un oggetto e si impegna molto in questa attività. Arriva all’oggetto, lo prende maldestramente, gli sfugge, lo riprende, lo osserva soddisfatto e sorride. Se mamma interviene immediatamente e gli mette l’oggetto in mano, lo limita nella possibilità di sviluppare le sue risorse e di sentirsi capace.

Lasciamo che i bambini esprimano i loro bisogni, rispondiamo in modo efficace e amorevole, senza anticiparli o sovrapporre i nostri, con fiducia nelle risorse di nostro figlio e con fiducia nelle nostre capacità di ascolto dei messaggi non verbali e di risposta.
Iniziamo fin da quando sono neonati: sarà una competenza utile in ogni momento della nostra vita di genitore e non solo. 

Barbara Laura
 
per approfondire: T. Gordon, Genitori efficaci, La Meridiana)


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Abdelghafour

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2 commenti

  1. Davvero un bel post! Condivido ciò che dici, anzi, pensa che io ritengo che si possa comunicare col proprio bambino, già quando è nel pancione ed è bello sfruttare già quei nove mesi per iniziare a conoscersi e a diventare genitori!

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  2. è verissimo. Ci vuole più sensibilità nell'ascolto dei piccoli, anche se ancora non si tratta di un ascolto verbale.

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