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Mio figlio non mangia

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Crisi furiose di pianto di fronte a una zucchina lessa. Carote julienne minacciose come mostri delle fiabe. 
Spesso le mamme si lamentano che i propri figli non mangino.
Anzi tutto, è necessario riflettere sulla percezione del "mangiare adeguatamente".

Molti piccoli in realtà non si nutrono di quanto preparato da mamma e papà per il pasto, salvo poi scolarsi tazzone o biberon di latte con contorno di biscotti. O restano apparentemente a pancia vuota per aver merendato prima, spizzicando di continuo.
Anche questo è alimentarsi. Pensiamoci.

Altre volte la percezione del mangiare è viziata dalla percezione della quantità giusta: si deve mangiare tutta la porzione imposta dall'adulto. Che, spesso, ha un'idea alterata dalla propria fame di quanto un piccolino debba (o possa) mangiare.
L'ideale è rispettare, nel limite per una sana crescita, il senso di misura del bambino.
Alcuni mangiano poco, e basta loro, altri di più. Non forziamoli. Impareranno così a regolarsi da soli, risparmiandosi migliaia di calorie perché il piatto va finito.
Meglio porzioni più piccole, che hanno anche il vantaggio di ridurre gli sprechi.

Vorrei (far) riflettere che il cibo, specialmente nella nostra società, sia per molti veicolo di affetto, premio o punizione. 
Alzi le mani chi non ha mai sentito dire "Vai a letto senza cena", "Se mangi la carne ti dò la caramella" o, ancora "Mangia se mi vuoi bene, se non mangi la mamma piange..." 
Frasi differenti che raccontano una forma mentis verso il cibo che merita di essere analizzata e riflettuta. 
Il cibo non è un premio.
E' un diritto, un bisogno.
E come tali non si possono contrattare in nessun modo.

Certo è importante che l'alimentazione sia variata. I cuccioli vivrebbero benissimo di cioccolata, gelati, pizze. Ovvio che non sia possibile, e che debba necessariamente esserci una varietà nel mangiare.
Ma è antipatica la forma "se mangi questo, avrai l'altro": anch'essa evoca il ricatto.
Molto più utile e intelligente per far capire ai bambini la necessità di variare il menù sarebbe dire "Prima mangi questo e dopo mangerai l'altro"; in tal modo non sono ricattatati, e la sequenzialità proposta fa loro intuire che il cibo possa essere diverso, con "delle regole", non imposte, ma acquisite sul campo con dolcezza.

Da evitare del tutto è l'arma del ricatto morale.
"Mangia sennò mi dispiace." Attenzione. Il messaggio che passa, inevitabilmente, è che il cibo sia un mezzo per compiacere o punire gli altri.
E' d'obbligo riflettere che questa forma mentis possa legarsi ai disturbi alimentari.
Ciò non vuol dire necessariamente che sentirsi dire una cosa del genere farà di certo sviluppare un tale disturbo: le equazioni causa-effetto per la mente umana sono imprevedibili.
Ma è un grosso, immenso rischio che non vale la pena di correre, e che anzi sarebbe meglio scongiurare.

Le mamme dei più grandini lamentano spesso, invece, un altro intoppo.
“Prima mangiava tutto..." dicono le mamme con aria mogia.
"Ma prima quando?" "Eh, appena svezzato..." 
Ragioniamo. I piccolissimi sin dalla nascita sono abituati da mesi al latte.
Diversi studi dimostrano che la predisposizione verso alcuni gusti sia innata o, ancora, che nel latte materno vi sia una variabilità di sapore dovuta all’alimentazione della mamma.
E’ chiaro però che, anche se abbia già avuto contatto con un sapore nel latte, qualsiasi nuova forte variazione di consistenza e gusto più intenso lo incuriosirà, e di sicuro solleticherà il suo favore personale ad alcuni cibi piuttosto che altri, che si solidificherà nel tempo.

Si arriva poi all'età critica, quella dei 2-3 anni, in cui inizia la fase del NO.
Qualsiasi proposta, idea, suggerimento del genitore, riceve la medesima risposta: NO.
Facile intuire che anche il cibo sarà terreno di scontro.

Soluzioni furbe?
Prima di tutto, rispettare l’età. Non è ragionevole che un piccolo stia composto a tavola tutto il tempo che serve agli adulti per cenare. Rivedete se le vostre richieste siano conformi alle possibilità reali dell’età di vostro figlio.
Coinvolgere i piccoli: far la spesa con loro, preparare i cibi in modo divertente assieme.
Far toccare, manipolare, prendere confidenza. Rispettando i loro gusti e il loro senso di sazietà, stando attenti noi, come adulti, a cosa e quanto concedere tra un pasto e l’altro.
Evitare le rigidità: prima o poi impareranno a mangiare tutte le verdure…
Partiamo da quanto è di loro gradimento: se ne mangiano almeno due, iniziate con quelle, fino ad aprirsi a una cosa nuova ogni tanto, approcciandola con fantasia e coinvolgimento.
Educando al cibo come dimensione piacevole: nessuno starebbe volentieri a tavola con qualcun altro che in continuazione strilla, incalza, mortifica, vieta, ricatta.
Aprendosi alla possibilità che per ogni età ci siano cibi indicati senza traumatizzare i piccoli, insegnando anche, se l’età è adeguata, come mangiare i cibi “pericolosi”, magari con la presenza vigile di un adulto che spezzetta e controlla, concedendo la deroga di rigettare qualcosa se troppo grande o faticoso da ingoiare.
E lodare, lodare, lodare ogni progresso, successo, comportamento buono. E’ il migliore mezzo per crescere anche in questo senso.

Provate a riflettere su questi spunti. E forse il mangiare non sarà più un problema così insormontabile, ma diverrà solo un altro stupendo terreno in cui misurarsi e confrontarsi coi propri figli, vagliando e costruendo insieme soluzioni a misura di individuo e di famiglia.

Per approfondimenti allo studio sul latte materno e il gusto si ringrazia Domenica Maria PiaCannizzaro  per aver indicato lo studio specifico:

Barbara


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Abdelghafour

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1 commento

  1. Ottimo post. Il mio bimbo mangia pochino, ma non lo sforzo, a lui basta quella quantità. L'importante che cresca e stia bene.

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