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La realizzazione della donna attraverso il lavoro (dentro e fuori casa)

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“Ma è meglio una mamma che lavora o una che sta a casa?”
Rispondere ad una domanda del genere è impossibile.
E’ alla stregua di dimagrire in salute dieci chili in una settimana o fare a piedi un chilometro in pochi secondi (a meno che non vi chiamiate Bolt di cognome).
Il comune denominatore sarebbe una dose folle incoscienza per affrontare con  sicurezza una questione del genere.
Perché, così come per il lavoro, il metabolismo, la velocità, la realizzazione personale di una donna (mamma in particolare) è soggettiva.
Immaginate Angelina Jolie che passa la giornata in casa, tra donuts da preparare per la carovana di figli, e l’asse da stiro, in fervida attesa che Brad Pitt ritorni con l’oscar in mano.
O la vostra vicina, casalinga mamma/nonna full time da una vita, che prende aerei a gogò e si barcamena tra la videoconferenza skype con capo a Madrid e la torta di mele.  Pura follia.
L’immagine che ognuna ha di se stessa riguardo al modello di donna realizzata nasce da molto lontano. Se aggiungiamo la variabile essere mamma è facile comprendere, senza interpellare teorie specifiche, come la propria esperienza, cultura, storia personale e familiare abbiano pesi rilevanti, nella percezione individuale di cosa sia davvero importante per definirsi tale.
Piano, ma al tempo stesso con incisività, si intesse il legame che esiste tra la bambina interiore che c’è in ogni donna e la persona che sarà.
Lavorare non è un obbligo: non c’è una classifica delle mamme più meritevoli.
Spesso si pensa che una donna sia migliore di altre per il fatto che abbia un figlio e lavori: forse, la mamma in questione è coadiuvata da entrambe le famiglie di origine, dal nido, dagli amici. Perché paragonarla ad una casalinga, magari pure senza auto, con tre bambini da gestire sola perché abita lontana dalla sua terra d’origine?
Troppo distanti queste situazioni che richiedono capacità, attitudini e risorse completamente differenti.
Ognuna ha un bagaglio personale che fa virare la realizzazione personale in una direzione piuttosto che in un’altra.
Un pensiero va ad una categoria speciale che è nata da poco: quelle delle mamme che lavorano in casa.
Povere loro, sono come sirene: a metà tra due identità che nessuno riconosce complete.
Evocate spesso dai familiari al grido di “Tu che non lavori…” Certo, come no. L’articolo sul blog compare di notte per magia. Il progetto presentato gliel’ha scritto la fatina dei dentini. Spesso non ci si rende conto che, pur lavorando alla loro occupazione seriamente, queste donne coordinano il pollo arrosto col bucato dei neri, o devono sacrificare il silenzio necessario alla loro concentrazione ai Tre Porcellini raccontati da ore dal pupazzo cantastorie, o al telefono che squilla per la figlia adolescente.
Sappiatelo. Se lavorate a casa, per la maggior parte del mondo, passerete il tempo a divertirvi sui social, nonostante la terribile fatica, soprattutto di nervi, di assolvere bene ad entrambi i ruoli. Ma poco importa, questo.
Come per ogni scelta, l’importante è cercare, nonostante anche il momento lavorativo difficile, di trovare soluzioni che possano tenere conto delle proprie attitudini personali.
Guardando chiaramente dentro sé, a volte facendosi aiutare da un occhio esterno, alla ricerca dei bisogni prioritari e delle proprie attitudini.
Potrebbero esserci scoperte interessanti, per sé e per gli altri.
E quello che sembrava un momento di empasse o un limite, si scioglie aprendosi a nuove possibilità.
Strade impreviste di se stesse libere da bagagli inutili e pregiudizi, che portano ad una realizzazione, dentro o fuori casa (o a metà) che non avremmo mai immaginato.

Barbara


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Abdelghafour

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