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Donne ed empatia. Come affrontare e prevenire la Sindrome del burnout

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Operare  nel sociale, avere a che fare con le persone e soprattutto con la sofferenza, non è una cosa semplice.
Ancora di più perché il ruolo sociale della donna, in Italia, volente o nolente, è quello dell'accudimento, anche della famiglia.


Chi, quindi, lavora a contatto con gli altri e con la sofferenza si trova in una doppia morsa: quella del lavoro, ma si lavora con le persone, e se non avessimo empatia non saremmo umani, e quella della famiglia. E anche lì, qualunque sia il carattere, non ci sottraiamo quasi mai ad una febbre del nostro bambino o ad un problema del nostro genitore.

Potremmo sbraitare contro le istituzioni assenti, ma la verità è che, il più delle volte, siamo noi che ci vogliamo occupare delle persone che amiamo.

Ma dobbiamo fare attenzione, alla nostra salute. A noi stesse.

La sindrome del burnout è un logorio che aggredisce, ed è il caso di usare questo termine, le persone che hanno professioni che comportano continui rapporti interpersonali.

La traduzione di burnout è letteralmente bruciatoe rende chiara l'idea esatta della patologia.

Non si tratta del classico stress da troppo lavoro, ma di ben altro.

Si tratta di uno stato psicoemotivo di vuoto.

In particolare questa sindrome assume connotati particolarmente gravi in coloro che lavorano nel campo delle helpingprofession, le professioni di aiuto. E quindi infermieri, poliziotti, insegnanti.

Persone che investono sulle relazioni interpersonali e che sono costrette a tirar fuori la massima empatia possibile, e che vengono svuotate  dai normali fallimenti.

Le più colpite sono donne, di fascia tra i 40 e i 50 anni, che investono tutto nel loro lavoro. Soprattutto infermiere e insegnanti.

La sindrome è invalidante perché fa perdere giornate lavorative e non permette più di esplicare la propria funzione.

Si diventa addirittura cinici e freddi nei confronti delle persone di cui ci si deve prendere cura. Ci si svuota professionalmente. Non si hanno più obiettivi.

Ma come affrontare lo stress dovuto a questo tipo di lavoro?

È basilare riuscire a porre un confine netto tra la vita lavorativa e quella extralavorativa. Si deve poter staccare la spina. Avere una dimensione ludica.

Molte, e personali, sono le tecniche di rilassamento, come il training autogeno. Affrontare la psicoterapia, anche di gruppo, può essere utile perché è come riempire una scatola con le proprie emozioni negative e consegnarle a qualcun altro.

In estrema ratio esistono i farmaci, ma è importante riuscire a intervenire per tempo e non lasciarsi prendere la mano, e magari a volte basta un'ora in piscina. 

La cosa importante è... custodire gelosamente  la vita fuori dall'ospedale, fuori dalla scuola, fuori dall'ambiente di lavoro.

E in casa, lasciarsi aiutare. Chiedere espressamente aiuto se nessuno pare capirlo.

Io, personalmente, ho trovato benefici nella meditazione con le campane tibetane e nella musica degli Cheyenne, che scandisce ritmi naturali e mi aiuta a seguire e controllare i battiti del cuore (sì, si possono controllare).

Teniamo bene a mente che il cervello è un astuto sabotatore, sta a noi mantenere il controllo.

Buona Vita.

Maria Pia 

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Abdelghafour

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