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Il parto come evento traumatico e precursore del PTSD

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Che il parto venga vissuto come un evento traumatico è cosa nota: il 30% delle donne lo dichiara; è importante, però, mettere in luce che anche la letteratura scientifica nazionale e internazionale, già a partire dall’inizio del millennio, ha riconosciuto l’impatto traumatico del travaglio e del parto, con tutte le ricadute psicologiche che esso può avere sulla neo-mamma.


Che cosa si intende, dunque, con termine “trauma” e quale disturbo clinico origina?

Un evento traumatico viene definito come un avvenimento estremo che implica l’esperienza personale diretta a un evento che può causare morte o lesioni gravi o altre minacce all’integrità fisica, cui la persona risponde con paura, impotenza o terrore[1]. Di conseguenza, percepire un evento come traumatico può portare la persona a sviluppare quello che la comunità scientifica ha definito Disturbo da Stress Post-Traumatico (Post-Traumatic Stress Disorder, PTSD), una patologia caratterizzata da una sensazione di rivivere l’evento, l’evitamento di situazioni ad esso associati e un aumento della reattività agli stimoli esterni1. Proprio per queste sue caratteristiche il PTSD può essere una conseguenza anche del parto, specialmente in associazione ad alcuni fattori di rischio preesistenti: livelli elevati di ansia, paura del parto (tocofobia) nel caso delle primipare, problematiche fisiche o psichiche durante la gravidanza e un precedente parto vissuto come traumatico. I fattori di rischio più legati al parto, invece, sono: un forte e persistente dolore e la sensazione di perdere il controllo e di impotenza durante il travaglio, impiego di tecniche ostetriche invasive (utilizzo del forcipe, della ventosa o il ricorso al cesareo d’urgenza) e paura della morte o di danni per sé o per il bambino. La percentuale di donne che sviluppano sintomi di PTSD post-partum già a 6 settimane dal parto varia dal 3% al 10,5% e rimane abbastanza stabile a distanza di un anno.[2]

Un recente studio francese ha ben spiegato la ricaduta psicologica di alcuni di questi fattori, in un’ottica predittiva di individuazione di un profilo di rischio di PTSD post-partum[3]. In primo luogo, una gravidanza problematica è sinonimo di complicazioni per il nascituro, quindi non sorprende che possa indurre nella madre quelle sensazioni di paura, incertezza e impotenza che possono causare un trauma. Secondariamente, anche la sensazione di perdita di controllo durante il travaglio e il parto è collegata all’insorgere di vissuti traumatici ed è spesso conseguenza di una scarsa preparazione all’evento, soprattutto in quelle donne che non hanno partecipato ai corsi di preparazione alla nascita o di un’impostazione degli stessi che tende a sottostimare gli effetti negativi di un evento comunemente percepito come naturale. Anche un travaglio e un parto dolorosi sono fra i principali fattori di rischio, perché rimandano alla sensazione di pericolo per la propria vita. In ultimo, i vissuti depressivi (baby blues e depressione post-partum) sono un altro segnale d’allarme per lo sviluppo di PTSD post-partum, poiché hanno in comune con esso due sintomi specifici: la sensazione di vulnerabilità e la paura del futuro.

Accanto ai fattori di rischio è possibile individuare dei fattori protettivi? 

Assolutamente sì. La presenza del compagno durante travaglio e parto, ad esempio, riduce notevolmente il quadro di rischio, anche in parti vissuti come fortemente traumatici3.

Quali sono, quindi, le ricadute applicative dell’individuazione di un tale profilo di rischio? 
Lo stesso studio francese3 in primo luogo auspica che i professionisti perinatali forniscano alle donne informazioni mediche su travaglio e parto e su come gestire il dolore quanto più dettagliate e chiare possibile, per consentire alle future mamme di anticipare, anche se solo in una certa misura, quello che poi accadrà. Questa consapevolezza consentirà loro di aumentare la sensazione di controllo sulla situazione e sul proprio corpo. A livello emotivo, infine, il supporto psicologico è quanto mai necessario: è fondamentale, quindi, incentivare la presenza e la partecipazione attiva del padre in sala parto e contemporaneamente fornire alle donne assistenza e supporto per tutto il periodo peri- e post-natale: le ragioni sono molte, ma in quest’ottica più clinica diventa prioritario l’evitamento o comunque il contenimento del trauma da parto.

Elisa


[1] American Psychiatric Association (1994). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV). Masson, Milano.
[2]  Leeds, L. & Hargreaves, I., (2008). The psychological consequences oh childbirth. Journal of Reproductive and Infant Psychology, 26(2), 108-122.
[3] Denis, A., Parant, O. & Callahan, S. (2011). Post-traumatic stress disoder related to birth: a prospective longitudinal study in a French population. Journal of Reproductive and Infant Psychology, 29(2), 125-135.


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Abdelghafour

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