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Come si affronta la gravidanza dopo un aborto? Vissuti psicologici e fattori di rischio per la Depressione Post-Partum

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Quando si chiede a una donna come sta vivendo la gravidanza dopo uno o più aborti, queste sono le risposte più frequenti:

“La cosa più difficile è vivere col terrore che possa succedere di nuovo”. 
“Ogni volta che vado in bagno mi aspetto di vedere il sangue”. 
“Dopo un aborto non puoi vivere la gravidanza organizzandola mese per mese e nemmeno settimana per settimana, ma giorno per giorno”. 
“Il sentimento dominante è l’apprensione: ho imparato che ci sono mille cose che possono andare male, ma ce ne sono altre mille che non conosco e in ogni caso non ne posso controllare nessuna”. 
“Quando faccio un’ecografia, sento un piccolo movimento o sento il battito, per un po’ mi tranquillizzo e sono felice, ma la paura dopo un po’ torna sempre”. 
“Ho fatto fatica ad abituarmi all’idea che avrei davvero avuto un bambino: avevo troppa paura che potesse finire tutto di nuovo”. 

La perdita prenatale, intesa come aborto spontaneo (solitamente prima della 22° settimana di gestazione) o la nascita del feto pretermine o a termine, ma con esito negativo, colpisce circa 80.000 famiglie in Italia (un milione negli Stati Uniti e 90.000 nel Regno Unito), pari al 10-11% delle gravidanze totali. Più specificamente, fra il 14% e il 20% delle gravidanze esita in un aborto spontaneo e circa lo 0.5% con la morte del feto. 

Al di là dei numeri, che sono comunque allarmanti, la perdita prenatale porta con sé vissuti altamente negativi, come paura, ansia, ipervigilanza, incredulità e desiderio di proteggersi dalla sofferenza. Sentimenti, questi, apparentemente incompatibili con un’attesa che, nella maggioranza dei casi, regala emozioni come gioia, speranza e fiducia nella vita. 
La letteratura già dagli anni ’80 ha evidenziato una comorbilità di sintomi psicologici associati alla perdita prenatale, in particolare livelli significativamente alti di sintomi depressivi e ansiosi nelle settimane e nei mesi dopo la perdita. In ogni caso, una percentuale del 50-80% di coppie investe in una nuova gravidanza, nonostante i livelli di ansia e depressione rimangano elevati anche durante la gestazione. 

La domanda che, quindi, viene spontaneo porsi è se i vissuti psicologici associati alla perdita prenatale persistono anche dopo la nascita di un bambino vivo. 
Emma Robertson Blackmore e collaboratori (2011) [1] hanno cercato di dare risposta a questa domanda analizzando i vissuti emotivi di 13.133 donne inglesi durante la gravidanza e nel post-partum, fino ai 33 mesi di vita del bambino nato dopo una o più perdite prenatali. Gli autori evidenziano in primo luogo come i sintomi associati a una precedente perdita non scompaiano con la nascita di un figlio vivo; al contrario, la perdita prenatale si configura come fattore predittivo di ansia e depressione ben oltre quello che viene comunemente definito periodo post-partum: le donne, infatti, manifestavano i sintomi anche dopo 3 anni dalla nascita del figlio, consentendo quindi la diagnosi di depressione post-partum [2]

Anche i tempi di una nuova gravidanza possono rappresentare un fattore di rischio: l’autrice, infatti, rileva come i sintomi depressivi fossero più alti nelle donne con un concepimento a meno di un anno dalla perdita e permanessero anche dopo il parto, presumibilmente come conseguenza del lutto. 

A proposito, infine, della relazione madre – bambino, centrale nella depressione post-partum, lo studio di Robertson Blackmore evidenzia che le madri che risultavano più ansiose e depresse erano quelle che erano più preoccupate di non investire abbastanza nella nuova gravidanza e sulla salute del nascituro; dopo il parto, poi, queste madri avevano più difficoltà a gestire i bisogni del bambino, anche a un anno dalla sua nascita. 

A conferma di tali risultati, già nel 2001[3] Peter Fonagy, uno fra i maggiori studiosi della teoria dell’attaccamento, aveva rilevato che i bambini nati dopo una perdita prenatale possono instaurare con la madre pattern di attaccamento disorganizzato, tipico, fra l’altro, delle madri con depressione post-partum. In quest’ottica, la gravidanza e la nascita di un bambino possono essere vissuti come eventi di vita stressanti, soprattutto se associate a esperienze dolorose come la perdita prenatale, ed esporre quindi la donna a stati di malessere e disagio, che possono mettere a rischio la sua salute e la relazione con un figlio vivo. 

Le implicazioni cliniche, dunque, sono molteplici: Robertson Blackmore focalizza l’attenzione soprattutto sulla considerazione, forse scontata, ma poco accreditata nella pratica professionale, che la predita prenatale sia un fattore di rischio per la depressione pre e/o post-partum, proprio come la familiarità con la patologia depressiva, l’esposizione a eventi di vita stressanti o la mancanza di supporto psicosociale. 

Considerando, poi, gli esiti avversi di una depressione post-partum non solo sulla madre, ma anche sul bambino e sulla vita familiare in generale, la diagnosi precoce dei sintomi ansiosi e depressivi nella donna incinta dopo una gravidanza con esito negativo può consentire di intervenire precocemente per ridurre il peso emotivo della patologia, aiutare a individuare strategie di coping funzionali alla riduzione dei sintomi ansiosi e depressivi e promuovere il migliore adattamento possibile per la madre, il bambino e la famiglia in generale.


Elisa

Immagine presa qui


[1] Robertson Blackmore, E., Coté-Arsenault, D., Tang, W., Glover, V., Evans, J., Golding, J., & O’Connor, T. (2011). Previous prenatal loss as predicor of perinatal depression and anxiety. The British Journal of Psychiatry, 198, 373 – 378.
[2] American Psychiatric Association (1994). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV). Masson, Milano.
[3] Hudges, P., Turton, P., Hopper, E., McGauley, G.A., & Fonagy, P. (2001). Disorganised attachment behaviour among infants born subsequent to stillbirth. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 42, 791 – 801.
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Abdelghafour

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