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#SosteniamoLeMamme: l'importanza delle emozioni - Gisella Congia, Psicologa, fotografa sociale e educatrice perinatale

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Come psicologa e educatrice perinatale hai sicuramente una solida formazione nel campo del supporto alla maternità. Quello che però colpisce è il linguaggio che hai scelto di utilizzare per parlarne: la fotografia. Com’è nata la scelta di diventare fotografa del sociale?
Il mio interesse per la fotografia è nato quasi 20 anni fa, ben prima della mia laurea. Ho iniziato ad approcciarmi alla fotografia nell’ambito teatrale e musicale: amavo guardare gli spettacoli o i concerti attraverso il mirino della macchina fotografica. Ho poi avuto un lungo periodo nel quale ho avuto molte difficoltà a scattare. Ho riniziato nel 2008 con un intenso progetto dedicato ai vissuti emotivi di vittime di Mobbing, dal titolo “Chiuso in Bottiglia”. Nello stesso anno sono rimasta incinta e da lì la maternità è diventato pressoché il tema portante della mia produzione fotografica, anche se non l’unica. In generale, ho scelto di dedicare i miei lavori a tematiche sociali che spesso mi hanno portato a confrontarmi con vissuti difficili. Ho sviluppato molto l’ascolto e la consapevolezza che sapere accogliere con curiosità rispettosa i bagagli narrativi di chi incontravo, era la risorsa principale per dar vita alle suggestioni che si sarebbero poi tradotte nelle mie immagini. Il mio percorso accademico mi ha insegnato ad approcciarmi alle varie tematiche anche attraverso la letteratura, lo studio dei saggi, le altri arti. Insomma uno sguardo a 360 gradi che non può che arricchire il mio, che passa attraverso l’obiettivo.
gisellacongia©ChiaroscuriMaternità
Uno dei tuoi progetti artistici e sociali più intensi è  Chiaroscuri nella maternità” del 2011.  Da ogni scatto emergono emozioni che inevitabilmente risuonano in chi le ha provate in prima persona.  Quanto c’è della tua esperienza di madre in queste foto?
“Chiaroscuri nella Maternità” è totalmente imperniato sulla mia esperienza di acquisizione del ruolo materno. Con l’attesa prima, e con l’arrivo fisico di mia figlia poi, l’universo materno è divenuto per me una rivelazione. Fino a quel momento non mi ero mai soffermata su come la figura materna venisse descritta nell’immaginario collettivo, dando io stessa per buono che una donna che diventa madre sia mossa esclusivamente da sentimenti di amore e dedizione. Con la costante rimodulazione della mia vita, fin dalla gravidanza, ho scoperto che l’universo emotivo e psichico di una madre può essere ben più complesso e articolato. Ho trovato profondamente lesivo e ingiusto che in generale si cerchi di far affiorare quasi esclusivamente gli aspetti armoniosi della maternità, celando come tabù quelli più conflittuali, ma altrettanto legittimi e naturali. E così mi sono appassionata all’idea di farlo, sotto varie sfaccettature, attraverso la fotografia. “Chiaroscuri nella maternità” è stato il primo lavoro in questa direzione: ho cercato di esplicitare le paure, i turbamenti e i rifiuti che una madre può vivere nell’acquisire il suo nuovo ruolo. Dopo aver conosciuto le paure (mie e di altre donne) e averle elaborate profondamente mi sono sentita pronta per giocare con ironia sullo stesso tema, ponendomi senza paure in prima persona. E’ così nato il progetto di autoscatti “Me, The Imperfect Mother”. Ultimamente ho invece realizzato un nuovo progetto intitolato “Ritratti di pancia” un lavoro che vuole dare voce ad un altro tabù dell’esperienza materna: quello della ferita emotiva che molte donne, che hanno avuto un parto cesareo, testimoniano ma che troppo spesso non condividono.
Perché secondo la tua esperienza personale e professionale è importante sostenere le mamme?
Adoro un concetto del saggista Massimo Recalcati dove afferma che “Una buona madre non è mai tutta madre ma è sempre una donna”… ecco, io credo che sia importante sostenere i genitori, con particolare riguardo a chi si occupa continuamente nella quotidianità del neonato, perché troppo spesso la genitorialità oggi è vista come un evento privato e solitario; la nascita di nuovi genitori, all’interno del nostro contesto culturale e sociale, pare non potere contare su un’adeguata rete sociale in grado di accoglierla e sostenerla, anche nella prospettiva di integrare i bisogni genitoriali con quelli di altra natura (altri bisogni, necessità e amori diversi dall’amore per il figlio), che convergono inevitabilmente in una stessa persona.
I fortissimi stereotipi culturali veicolati dalle immagini e atteggiamenti che rappresentano “buone madri o buoni padri” (per averne un’idea basta guardare come vengono stigmatizzate e rappresentate le mamme nei giornali), pongono spesso ai neogenitori una serie di tabù nella condivisione di dubbi e perplessità sul “proprio sentire o agire”, così come nel bisogno di riorganizzare il proprio spazio e tempo, oltre la cura del neonato.
gisellacongia©Me,ImperfectMother
#SosteniamoLeMamme: in che modo possiamo farlo tutti?
Io credo che la diffusione di una nuova visione della figura materna possa generare anche una nuova cultura della genitorialità. Esistono oramai molti lavori artistici (in ambito fotografico, teatrale e di scrittura) che cercano di favorire questo processo. L’arte è sicuramente un ottimo strumento per veicolare con immediatezza dei contenuti diversi da quelli generalmente stabiliti e legittimare vissuti ritenuti tabù. Promuovere nuove rappresentazioni vuol dire integrare tutte le emozioni che possono investire un evento complesso come quello della maternità. Accettarle collettivamente e culturalmente potrebbe così portare chiunque di noi a chiedere a una neomamma “Come stai?” (piuttosto che dare per scontato che è sicuramente e eternamente felice) e accogliere senza paura anche le sue confidenze. Confidenze che, nella maggior parte casi, cercano solo delle buone orecchie per essere ascoltate e un caldo abbraccio di rinforzo.
Gisella Congia, Psicologa, fotografa sociale e educatrice perinatale (Cagliari)

Per acquisto on line del libro “Chiaroscuri nella Maternità”
casa editrice www.cenacolodiares.com
gisella.congia@gmail.com
Progetto on line “Ritratti di pancia
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Abdelghafour

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